La sinistra da anni non si confronta laicamente con il problema dell'autonomia e della sua gestione e perciò è in forte ritardo, balbetta frenata da posizioni ideologiche mentre ha rinunciato da tempo a quella che dovrebbe essere la sua forza e cioè l'analisi concreta della realtà.
La parola inchiesta è stata espunta dal suo vocabolario ormai da decenni.
Non si pone più attenzione ai mutamenti concreti interni alla società indotti da fattori giuridici (l'autonomia, il pacchetto) ed economici (il liberismo) e non è in grado più di capire ciò che accade, non sa darsi una spiegazione ed è sempre in perenne ritardo, mentre la sua base si sposta a destra.
Nemmeno i sonori avvertimenti arrivati nelle ultime elezioni comunali riescono a farla uscire dal torpore in cui è sprofondata, intenta com'è ad assicurarsi ora un posticino di sottogoverno, ora un assessorato, ora una diaria di cinque anni a Roma.
In questi giorni la petizione dei sindaci è entrata prepotentemente nel dibattito politico intrecciandosi strettamente con il tema della gestione dell'autonomia e del cosiddetto "disagio degli italiani".
Esiste il disagio degli italiani? O meglio: esiste un disagio specifico degli italiani che vivono nei quartieri di Bolzano? E cosa intendiamo con il termine disagio? E' qualcosa di peculiare che investe il gruppo italiano qui a Bolzano o è parte di un fenomeno più generalizzato che, a seconda di dove si manifesta, prende il nome di problema delle periferie, delle banlieau. Ma che qui da noi si colora di scontro etnico? E' lo stesso fenomeno che si manifesta a Roma, Milano, Torino, piuttosto che a Parigi o Londra, o è qualcosa che ha le sue radici a Bolzano e non è paragonabile a null'altro?
Negli anni '80 una studiosa trentina aveva coniato il concetto di "sentimento di privazione relativa".
Ci si riferisce alla sensazione che, a seconda del periodo storico, si ha di essere svantaggiati rispetto all'altro gruppo linguistico, in merito all'accesso ai posti pubblici e più in generale alle risorse di questa provincia. (Non è un analisi materialista, ma evidenzia come fattori sovrastrutturali incidano sui processi reali).
Per anni è stato questo il sentimento che ha animato gran parte della popolazione di lingua tedesca. A partire dagli anni '80, invece ha interessato maggiormente la parte di lingua italiana.
Non si tratta e non si è trattato spesso di una condizione materiale svantaggiata, in assoluto o in confronto ad altre parti dell'Italia, o non solo di quello, ma della sensazione di essere in qualche modo discriminati rispetto all'altro gruppo linguistico.
Non è che si stia male, ma si sta meno bene dell'altro gruppo che viene visto come termine di paragone e come competitore nella distribuzione della ricchezza.
Ora negli ultimi anni la situazione è cambiata e si tratta di capire:
- se qui da noi si stia oggettivamente male, peggio che nel resto d'Italia, o ha ragione chi sostiene che i benefici dell'autonomia, anche se in modo diseguale, ricadono su tutti i gruppi linguistici, anche sui lavoratori di recente immigrazione attirati da un welfare superiore spesso a quello delle altre province;
- se la crisi che ha colpito la parte più debole della società italiana, provocando un impoverimento generale e dovuta alle politiche liberiste portate avanti negli ultimi anni, abbia colpito anche qui da noi ed in egual misura i due gruppi linguistici, il centro e la periferia, o se siano in atto processi indipendenti da quelli nazionali e dovuti alle politiche provinciali e quanto essi abbiano inciso;
- quali siano i processi reali che si sono dispiegati negli anni e quali effetti abbiano prodotto e su quali fasce della popolazione. Quali mutamenti abbiano indotto nelle condizioni di vita reale delle popolazioni, quali gruppi sociali, economici, linguistici siano stati interessati;
- infine, se il disagio esiste, si tratta di capire perchè si manifesti in forme acute nei quartieri di Bolzano e non a Laives, dove la composizione sociale della popolazione è simile, e se vi siano fattori strutturali o sovrastrutturali che abbiano inciso in maniera diversa.
La destra ha fatto una sua analisi e ha dato una sua risposta.
In buona sostanza vede nella gestione di questa autonomia e nelle politiche della SVP la causa della crisi e non considera assolutamente fattori esterni come ad esempio gli effetti delle politiche liberiste.
Gli italiani sono coloro che essenzialmente vengono colpiti e lo si sostiene, ad esempio, denunciando il calo della popolazione, la diminuzione delle iscrizioni nelle scuole, ecc e si propone la loro difesa attraverso la difesa della proporzionale o dando maggiori poteri ai comuni a maggioranza italiana.
La sinistra invece su queste tematiche è impreparata, non ha una sua analisi e una sua proposta e oscilla tra il minimizzare o negare processi reali ai quali non sa dare risposta perchè culturalmente disarmata, e rincorrere la destra sul suo stesso terreno, quello della contrapposizione nazionalista.
D'altra parte come si fa a capire se esiste un disagio dei quartieri se ormai da decenni si sono abbandonate le periferie? Vi è un distacco fisico, evidente, palpabile da quella che una volta era la propria base sociale. Le sedi dei partiti sono ormai tutte nel centro cittadino, nella cittadella del potere economico e politico.
E' evidente questa dicotomia anche se la situazione è più articolata e sacche di ricchezza e povertà sono riconoscibili in entrambe le città senza che venga messa in discussione però questa immagine forte.
Non si è più in grado insomma, di cogliere la condizione reale, materiale degli uomini e delle donne, dei lavoratori di nuova e vecchia immigrazione e diventa quindi difficile comprendere se esista una situazione di sofferenza degli abitanti dei quartieri se non si parte dalla condizione reale, dal vissuto, dallo sfruttamento, dalla difficoltà di tirare avanti e di arrivare alla fine del mese di larga parte di quella popolazione.
Su queste tematiche è necessario riflettere senza paraocchi ideologici ed evitando contrapposizioni nazionalistiche sterili e pericolose, senza scendere insomma sul piano provocatorio delle destre.
E qui risiede l'errore più grave dell'SVP che sposando l'iniziativa degli Schützen ci ha fatto tornare indietro di decenni.Nessuno nega diritti inviolabili, ma richiamarli ora e sulla base di una petizione della parte più retriva del mondo di lingua tedesca, vuol dire o essere apprendisti stregoni e giocare con il fuoco o non rendersi conto di quello che è il messaggio che viene lanciato all'una e all'altra parte.
Se a questo poi aggiungiamo le dichiarazioni arroganti di Peterlini e di Durnwalder sulla questione del seggio senatoriale, nel completo disprezzo di quegli elettori di lingua italiana o tedesca che non si riconoscono nella SVP, questa sensazione viene ancor più aumentata.
"I tedeschi non voterebbero mai per un italiano..., noi le primarie le abbiamo già fatte..., noi abbiamo fatto eleggere Spagnolli e voi siete in debito con noi...".
Ma perchè l'SVP si comporta così? Possibile che sia così ingenua? Che non si renda conto delle conseguenze?La sensazione di molti è che abbia dovuto saldare il debito con la destra di lingua tedesca per non essersi presentata alle elezioni di Bolzano.
Certo, c'è anche questo, ma è più facile che oggi la SVP sia in difficoltà con la sua base che sempre più spesso non tollera le imposizioni della provincia e, a questo proposito, l'incontro con l'assessore Widmann sulla questione del centro guida sicura ne è stato un esempio lampante: italiani e tedeschi, in quanto abitanti del medesimo territorio, compatti contro l'imposizione della provincia.
Per evitare questa saldatura e le contestazioni al suo modo di operare, il partito di raccolta, al fine di ricompattare la sua base, tenta la carta del nazionalismo.
Non si pensa certo a quella che il prof. Palermo definisce l'autodeterminazione esterna, ma il richiamarla serve a spostare l'attenzione dal problema reale della gestione di questa autonomia che è contro le autonomie locali e pertanto contro italiani e tedeschi, per concentrarsi su un presunto pericolo vicino o lontano per la sopravvivenza del gruppo tedesco (
"Se la destra vuole levarci l'autonomia..." - ha detto Durnwalder).
Dunque la petizione è strumentale e serve a ricompattare la Bassa Atesina sempre più insofferente alle imposizioni delle autorità provinciali e per far questo non ci si cura di mettere in difficoltà i propri alleati e si usano toponomastica e autodeterminazione come clavi.
A questo gioco non si sono sottratti i sindaci e nemmeno il nostro vicesindaco e a nulla vale la distinzione, il cavillo, che non avrebbe firmato su carta intestata del comune e solo come Obmann SVP.
Invece di arrampicarsi sugli specchi avremmo sentito volentieri un'ammissione di ingenuità o delle scuse per un passo avventato di cui non si erano calcolate le conseguenze.
E' del tutto evidente, infatti, che le firme di 100 cittadini qualunque non avrebbero avuto lo stesso impatto e lo stesso significato.
Di fronte a questo il centrodestra non ha perso tempo e grida, non senza ragioni, allo scandalo.
Ogni giorno, però, da cinque anni, la destra convive con chi ha fatto della secessione un'arma di ricatto di cui servirsi ogni qualvolta faccia comodo. Le invettive contro Roma ladrona o il grido "secessione-secessione" non fanno sobbalzare sulla sedia nessuno, ma si continua ad andare a braccetto con chi le ha pronunciate tanto a Bolzano, quanto nel resto d'Italia.
Diventa dunque difficile credere allo sdegno provocato sia dalla petizione dei sindaci che dalle dichiarazioni improvvide del Sindaco di Bolzano.
Se queste considerazioni si inseriscono dunque in questo quadro riesce difficile condividerle perchè l'analisi della situazione che noi facciamo è diversa, come divergono le prospettive che auspichiamo per il futuro di questa terra.